DOI: 10.53136/97912218283373
Pagine: 31-42
Data di pubblicazione: Dicembre 2025
Editore: Aracne
SSD:
IUS/20
Il saggio propone una rilettura della filosofia dei diritti umani attraverso la categoria della misura, intesa come criterio strutturale di legittimazione del potere nella democrazia costituzionale. La tensione tra diritto e forza viene assunta come dato originario dell’esperienza giuridica: il potere è necessario per garantire effettività alle norme, ma diviene legittimo solo se sottoposto a limiti, controlli e giustificazioni pubbliche. In tale prospettiva, la giurisdizione rappresenta il luogo in cui la promessa costituzionale si traduce in tutela concreta dei diritti fondamentali. Il cuore dell’analisi è dedicato al carcere, banco di prova della credibilità dell’ordinamento. La detenzione costituisce la massima espressione della forza statale e, proprio per questo, impone il più rigoroso rispetto della dignità della persona. Il sovraffollamento strutturale, la compressione delle varie opportunità trattamentali e l’elevato numero di suicidi evidenziano una sofferenza sistemica che interroga direttamente il principio costituzionale di umanità della pena. Quando le condizioni di detenzione scivolano sotto la soglia della dignità, la forza eccede la misura e la legalità formale non basta più a garantire giustizia. Il saggio mette inoltre in relazione la crisi del sistema penitenziario con la più ampia espansione del diritto penale e con la tendenza alla legislazione emergenziale, sottolineando la necessità di recuperare il paradigma dell’extrema ratio e di valorizzare strumenti alternativi alla detenzione. La misura emerge pertanto come categoria unificante dei diritti umani: solo un potere limitato, proporzionato e orientato alla può dirsi autenticamente dignità democratico.